Perché la Turchia blocca la piattaforma Eni

La marina militare turca ha bloccato da alcuni giorni la piattaforma Saipem 12000 in viaggio verso Cipro il 9 febbraio 2018.  La nave piattaforma era diretta al largo di Cipro per operazioni di trivellazione, regolarmente autorizzate dal governo cipriota. La Turchia si oppone alle trivellazioni e la piattaforma è bloccata a 50 chilometri dal posto dove dovrebbero avvenire le esplorazioni.

Vi sono interessi fra Turchia e Cipro? Le preoccupazioni di Erdogan sono fondate?  I processi pendenti sull’Eni? L’Unione Europea interviene pesantemente sulla vicenda e si attende. Perché Cipro manda indietro gli immigrati e accetta le trivellazioni al largo delle proprie coste?

Perché Erdogan si oppone alle trivellazioni

E’ stato lo stesso presidente Erdogan a confidare le sue preoccupazioni a Mattarella e al Premier Gentiloni, riguardo alle trivellazioni effettuate da Saipem Eni.

I lavori di esplorazione di idrocarburi in quella regione rappresentano una minaccia per Cipro nord e per noi” ha affermato Recyp Erdogan.

Sulla vicenda è intervenuta anche l’Unione europea, che attraverso il presidente del consiglio Donald Tusk ha esortato la Turchia a rispettare la sovranità territoriale di Cipro.

Si è parlato di depistaggi da parte di Eni, mentre l’amministratore Descalzi si è detto indignato che qualcuno abbia pensato che l’Eni invece di lavorare faccia depistaggi. Il riferimento è alla vicenda che vede Eni oggetto di indagini delle Procure di Roma, Messina e Milano per le inchieste Eni-Algeria e Eni_Nigeria.

L’amministratore Delegato Claudio Descalzi, Paolo Scaroni, suo predecessore (imputato per tangenti Saipem in Algeria) più altri ex dirigenti rinviati a giudizio con l’accusa di corruzione internazionale – Secondo l’inchiesta sembra che Eni e Shell abbiano versato 1,3 miliardi di dollari sul conto del governo della Nigeria per la concessione di Opl-245. Soldi pagati per ottenere l’appalto del giacimento off shore al centro del processo.

Disastro ambientale in Nigeria: l’accusa al processo Eni a Milano

La comunità nigeriana chiede un risarcimento di 2 milioni di euro per un incidente avvenuto nel 2010 nello Stato di Beyalsa che ha generato un vero e proprio disastro ambientale. Inoltre i nigeriani chiedono la bonifica di oltre 17 ettari di terra contaminata dal petrolio fuoriuscito da un oleodotto Eni.

Il prossimo 18 aprile l’udienza a Milano; i vertici della società petrolifera hanno chiesto che il processo sia spostato in Nigeria. Per il momento il giudice Maura Barberis non si è pronunciata riguardo a questa richiesta.

Imprenditori, contadini, pescatori, tutti hanno sottoscritto 10 dichiarazioni giurate, nelle quali raccontano gli effetti devastanti sulla pesca (completamente distrutta) e sull’aria che si respira nella zona. Oltre ad un consistente sversamento di petrolio, seguì un incendio e si teme per la falda acquifera. 

L’Eni fino ad oggi ha pagato solo 6 mila euro, come risarcimento di primo soccorso.

Nella triste lista delle aziende che inquinano di più al mondo ci sono anche Eni e Fiat. Sono 100 le compagnie che sono da sole responsabili del 25% delle emissioni di gas serra.

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